About Federico Delrosso
Federico Delrosso, architetto

“Ciò che rende speciale una costruzione, al pari di un luogo naturale o metropolitano, non è l’architettura fine a se stessa, ma quell’alchimia che si genera tra lo spazio costruito, chi lo abita e chi lo ha concepito. Una casa è davvero speciale quando riesce a vivere autonomamente, quando se ne può vedere l’anima nei dettagli e in quel che rimane della complementarietà fra l’apporto dell’architetto e i desideri del committente. Lo spirito del luogo muta rispetto a chi lo vive, e vive di memorie. Solo quando si raggiunge questo delicato equilibrio si dà vita a un posto speciale, capace di trasmettere i diversi gradi del rapporto con lo spazio. L’uomo ha la necessità di identificarsi con la propria casa, di stabilire un senso di appartenenza e di riconoscerle un’aura protettiva. La casa del resto è un esoscheletro che deve proteggere, in senso letterale ed emozionale, al cui interno si sviluppano relazioni umane prima che familiari. Ecco perché è importante ricercare quell’equilibrio, delicato e sottile, che lega gli spazi ai suoi abitanti.

Credo che la vera architettura non possa fermarsi alle superfici esterne di una casa, ma debba svolgersi, come un nastro di Moebius, dall’esterno verso l’interno.
Nei miei progetti l’esterno trova sempre il suo “naturale” omologo interno. Ma più che una semplice corrispondenza fra il vuoto che riflette il pieno, mi piace lavorare su due trait d’union basilari: la luce e i materiali naturali.

Quando trovo una soluzione di progetto che giudico perfetta, è un momento di magica euforia, breve, quasi impercettibile ma intenso. E’ quello che io definisco il raggiungimento di un limite, del limite legato a quel momento e a quel contesto, che unisce le mie esperienze precedenti e in qualche modo le azzera, creando spazio per diverse opportunità, tutte da sondare.

Nel prodotto, a differenza dell’architettura che ha vincoli normativi, strutturali, orografici, di orientamento, il punto di partenza ha sicuramente meno limiti e più libertà progettuali. Mi interessa identificare qual è il limite massimo, ragionando sulle implicazioni tecnologiche e tecniche o delle proprietà dei materiali, e mi spingo alla ricerca della definizione di forme e funzioni.
Quando progetto ho sempre bisogno di trovare una ragione che mi faccia appassionare. E’ una molla fondamentale per me, e non solo nel lavoro. Trasformo quello che faccio in un gioco, libero da condizionamenti. E’ come tornare bambini. Generare un’emozione per me è la quarta dimensione fondamentale del mio lavoro. Quella emozionale.

Sin da piccolo ho sempre giocato costruendo cose, un’altra grande passione è data dalla velocità che ha trovato sfogo nell’automobilismo agonistico. Non è solo spirito di competitività ma mi hanno aiutato a costruire il senso di responsabilità in quello che faccio e mi hanno insegnato a sentirmi libero di cercare il mio limite, assumendomene i rischi.

‘Pensi di avere un limite, così provi a toccare questo limite. Accade qualcosa. Immediatamente riesci a correre un po’ più forte, grazie al potere della tua mente, alla tua determinazione, al tuo istinto e, grazie all’esperienza, puoi andare oltre, proprio come faccio quando affronto i miei progetti.’

Ayrton Senna

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